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  • Differenza tra Fotografia e immagine: una questione di materia

    Differenza tra Fotografia e immagine: una questione di materia

    L’immagine: un’entità immateriale

    Abstract
    Nell’era dell’ipertrofia visiva, la confusione tra immagine e fotografia non è solo linguistica, ma culturale. Mentre l’immagine è un’entità immateriale destinata al consumo immediato, la fotografia è una decisione materica che ambisce alla permanenza. Questo testo esplora la necessità di tornare a distinguere ciò che passa da ciò che resta, rivendicando la materia come atto di responsabilità.


    Un’immagine, è un’entità senza corpo.

    Non si può toccare.
    Non ha un luogo preciso in cui esiste.
    Non ha una forma stabile.
    Non ha una durata prevista.
    Non ha fedeltà cromatica.

    L’immagine vaga finché non ottiene pochi secondi di visibilità, attraversando schermi di dispositivi dalle forme e risoluzioni sempre diverse. Non chiede di essere ricordata: chiede solo di essere notata — e magari condivisa — qui e ora, perché a breve sarà sepolta da milioni di altre immagini appena nate.

    Per questo motivo l’immagine è, per sua natura, volatile.

    Oggi utilizziamo le parole immagine e fotografia come se fossero sinonimi.
    Non lo sono.
    La confusione non è solo linguistica: è culturale.


    E ha conseguenze profonde sul modo in cui produciamo, consumiamo e attribuiamo valore a ciò che vediamo.


    La fotografia: una decisione materica

    La fotografia nasce invece da una decisione.

    Una fotografia implica:

    • un tempo di osservazione,
    • una scelta di punto di vista,
    • una relazione con la luce,
    • un limite imposto all’istante.

    La fotografia non è infinita.
    È definita.

    Anche quando nasce in digitale, la fotografia porta con sé un’idea di destinazione:
    una stampa, un archivio, un libro, una collezione, una memoria.

    La fotografia ha — o pretende di avere — materia.


    Numeri che raccontano una deriva

    Secondo dati recenti, oggi si realizzano oltre 61.000 fotografie al secondo (n.d.r. immagini), pari a più di 5 miliardi di immagini al giorno, generate quasi esclusivamente da smartphone e destinate nella maggior parte dei casi a non essere mai più riviste.
    (fonte: fotocult.it).

    Questo dato non racconta un’epoca d’oro della fotografia.
    Racconta un’epoca di ipertrofia dell’immagine.

    Mai come oggi si producono immagini.
    Mai come oggi il valore percepito di esse si è abbassato.


    Quando la fotografia diventa contenuto

    Il problema non è la tecnologia. È l’uso che ne facciamo.
    Perché, in fondo, l’evoluzione che stiamo vivendo non è mai solo tecnologica. Dietro c’è sempre una scelta umana.

    Quando ogni produzione visiva è pensata per:

    • essere immediatamente consumata,
    • competere per attenzione,
    • essere rimpiazzata rapidamente,

    la fotografia perde la sua funzione originaria e diventa contenuto.

    Il contenuto non deve durare.
    Deve performare.
    La fotografia, invece, nasce per resistere.


    Materia come responsabilità

    Parlare di materia non significa nostalgia analogica.
    Significa responsabilità.

    La materia impone delle conseguenze:

    • ciò che è stampato va conservato,
    • ciò che è archiviato va curato,
    • ciò che è destinato a durare va pensato meglio.

    Un’immagine può permettersi di essere superficiale.
    Una fotografia no.


    Il silenzio come prova di autenticità

    Un’immagine ha bisogno di rumore per esistere.
    Like, notifiche, scroll continui.

    Una fotografia autentica regge il silenzio.
    Può essere osservata senza spiegazioni, senza contesto, senza flusso.

    Se privata del rumore, un’immagine collassa.
    Una fotografia resta.


    Tornare a distinguere

    Confondere fotografia e immagine significa rinunciare a una distinzione fondamentale:

    • tra ciò che passa
    • e ciò che resta.

    Non tutte le immagini devono diventare fotografie.
    Ma ogni fotografia merita di essere trattata come qualcosa di più di un’immagine.

    Quiet

    Quiet nasce anche da questa esigenza:
    ristabilire una distinzione che non è teorica, ma pratica.

    In un mondo che produce immagini senza memoria,
    scegliere la fotografia è una presa di posizione culturale.